Una giornata italo-belga

con frullato di congiuntivo

Cari amici, poiché ho il grande piacere di proporre un laboratorio intensivo sull’uso orale del congiuntivo, durante le vacanze di Natale (vedi novità), insieme agli altri argomenti stimolanti proposti dai miei colleghi, ho pensato che cadesse a fagiolo scrivere anche un editoriale con un piccolo delirio al congiuntivo, che spero vi faccia sorridere almeno un po’. È opportuno, quindi, che vi racconti una giornata italo-belga che ho vissuto recentemente, in modo che possa suscitare qualche riflessione a riguardo. Peccato che non sia per nulla entusiasmante, ahimè, e vogliate scusarmi se vi annoio con le mie vicende. Mercoledì scorso, dunque, mi accingevo ad andare all’ufficio postale. Era mia ferma intenzione recuperare una lettera raccomandata che mi aspettava alla posta da almeno dieci giorni, senza più speranze di essere ritirata. Poiché generalmente mi scrive in questo modo solo il FISCO, capirete bene perché non morissi dalla voglia di ritirarla fiondandomi alla posta fin dal primo giorno. Prima la posta era praticamente sotto casa mia. Da quando si è trasferita, invece, occorre che cammini per una decina di minuti, e che scenda e poi risalga una stradina bianca che, non so perché, mi ricorda sempre una stradina che percorrevo in Sardegna nella mia infanzia. Ho sempre avuto l’impressione che quella strada uscisse direttamente dai miei ricordi.
Comunque sia, dopo la discesa e la risalita, rimuginando e sognando come sempre, sono arrivata alla posta. Mi è sembrato che ci fosse un po’ di movimento all’interno, e ho provato ad aprire la porta scorrevole, ma niente. Chiusa. Benché alcuni muratori e imbianchini si dessero da fare a ridipingere le pareti della posta, andassero e venissero dal camion all’ingresso da una porticina laterale, l’ufficio postale era rigorosamente chiuso per lavori: “Chiuso eccezionalmente il 23 novembre” lessi infatti sul cartello. Accidenti! Com’era possibile che la posta rimanesse chiusa proprio il giorno in cui io mi ero finalmente decisa ad andarci? Che sfortuna, che scalogna! Destino avverso! Pensavo che queste cose succedessero solo in Italia, cioè che un ufficio postale così importante possa spudoratamente chiudere in un giorno feriale per dare una mano di bianco ai muri, anziché farlo durante il fine settimana o la sera. E che non si apra neppure un piccolo sportello temporaneo per permettere il ritiro delle raccomandate.
Pensavo a che cosa avrei potuto sbrigare in quell’ora buca, mentre le mie figlie facevano il loro corso di danza e di chitarra. E pensai al calzolaio, dove dovevo ritirare un paio di stivali e una borsa. Camminai in fretta e arrivai dal calzolaio prima di quanto pensassi. Anche questa porta era chiusa, e sopra tronava un cartello “TORNO SUBITO”. Toh! Pensai, credevo che cartelli di questo tipo esistessero solo in Italia. E con un sorriso sulle labbra, mentre aspettavo il calzolaio, mi ricordavo di quante volte avevo aspettato, per ore, che un negoziante tornasse subito. Ne approfittano, mi dicevo, per andare a prendere un caffè eterno al bar di fronte e aspettare comodamente che arrivi un cliente davanti alla porta. Ah! L’Italia! Pensavo. Intanto, però, il calzolaio non tornava e le lancette del mio orologio giravano. Mi rendevo conto di quanto il “subito” fosse un concetto arbitrario, quando venne il momento di andarsene a prendere le bambine, prima che uscissero senza trovare la mamma (alla quale non è permesso mettere il cartello “Torno subito”).
La mia ora libera era quasi finita e io non avevo sbrigato niente. Pensai che tutto fosse perduto. Com’è possibile che si perda un’ora così, senza far niente? Ma era inutile che mi crucciassi. Anche se avessi potuto allungare il tempo a mio servizio, e ricavare un’ora in più, non avrei comunque potuto far riaprire l’ufficio postale e aspettare due ore il calzolaio. Scendendo la strada di corsa, vidi che restauravano un edificio che mi è sempre piaciuto. In stile liberty, ha un bell’affresco sulla facciata. Era proprio necessario che lo restaurassero, conciato com’era! Molto soddisfatta che si fossero finalmente trovati i soldi per il restauro, vidi una signora con un camice che, seduta sull’impalcatura, correggeva l’affresco con un pennello perché tornasse a nuova vita. Mi fermai in mezzo alla strada ad ammirare il lavoro dell’artista restauratrice, attenta solo che le macchine e gli autobus non mi arrotassero.

“Le piace? È del 1902” mi gridò la signora. “Molto bello”, risposi io, e aggiunsi “Buon lavoro!”. “Ah, ma non è un lavoro, questo – rispose lei – è un piacere!”. Ecco, una piccola nota positiva alla giornata.
Penso che una breve conversazione di strada, qualche parola rubata al volo, un sorriso, riscaldino il cuore, in Italia come in Belgio, e permettano di sopportare qualche… piccola disfunzione del sistema. Ora mi sento a casa!

Buon mese di dicembre a tutti Buone feste!

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