Vocabolario fantozziano

Circa un mese fa è venuto a mancare Paolo Villaggio, uno dei più famosi attori comici italiani del Dopoguerra, autore e protagonista della celebre saga “Fantozzi”, serie talmente celebre e longeva da aver generato – come speso accade in questi casi – un’unione indissolubile tra attore e personaggio. “È morto Fantozzi!”, “Oh, che peccato!”.

Pur non godendo di eccessiva considerazione da parte della critica cinematografica più quotata, è innegabile che i film di Fantozzi (il primo uscito nel 1975, l’ultimo nel 1999) siano entrati nella cultura nazional-popolare italiana influenzando almeno quattro generazioni. Piaccia o no, è difficile credere che ci siano cittadini italiani di età superiore ai 7-8 anni che non conoscano Fantozzi o non ne abbiano mai visto un film o anche un solo sketch.

Ora, tralasciando l’aspetto prettamente cinematografico e sociologico, su cui persone più competenti potrebbero scrivere fiumi di pagine, concentriamoci su quello linguistico. In una maniera o in un’altra, Fantozzi ha influenzato il lessico italiano degli ultimi 40-45 anni. Ha contaminato la lingua, l’ha a suo modo arricchita, ha introdotto neologismi ed espressioni ormai di uso quotidiano. A cominciare dal termine fantozziano, presente da tempo sui principali dizionari di lingua italiana. Se il protagonista Ugo Fantozzi è un ragioniere goffo, sfortunato e servile con i suoi superiori, il vocabolario Treccani spiega che un “personaggio fantozziano” si riferisce proprio a una persona impacciata e sottomessa. Così come una “scena fantozziana” è una situazione tragicomica caratterizzata da eventi grotteschi e sfortunati. Infatti chiunque, forse almeno una volta nella vita, ha usato il termine fantozziano, compresi ministri, cardinali e autorevoli testate giornalistiche. Oltre a molte altre parole (come mostruoso, allucinante, agghiacciante, l’uso di mega davanti a un aggettivo) che, sì, nella lingua italiana sono sempre esistite ma grazie ai film di Fantozzi hanno avuto una vastissima eco.

Discorso a parte merita lo strampalato uso del congiuntivo (altro “pezzo forte” della sintassi fantozziana), che dà origine a improbabili imperativi formali quali dichi, vadi, venghi, eschi, facci, eccetera. E quando la situazione lo permette, non è raro sentire un italiano dire scherzosamente a qualcuno “Venghi, si segghi, mi dichi…”, magari con un sorrisino per far capire all’interlocutore la volontarietà dell’errore. E il rimando fantozziano è presto colto.

Quindi, cari studenti di italiano, se da oggi sbagliate un congiuntivo, e lo fate con un sorrisino, sarete anche voi giustificati.

 

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