L’ANGOLO DI PENNY: Ciliegie alla colla

Il papà di Maria e Simone era molto severo. I bambini avevano imparato a loro spese che, per non farsi sgridare, c’era una sola cosa da fare: niente. 

E anche quando non facevano niente finivano irrimediabilmente nei guai. 

Visto che il papà lo sgridava che fosse bravo o cattivo, Simone aveva deciso che tanto valeva fare tutto quello che voleva. A che serviva comportarsi bene, se tanto il risultato finale era sempre lo stesso?

Maria invece aveva sviluppato la capacità di rendersi invisibile. Quando il papà era a casa, lei spariva in camera sua a disegnare, leggere o fare qualunque altra cosa che la tenesse lontana dal padre e le evitasse le grane. 

Un bel giorno, papà e mamma lasciarono Maria e Simone da soli a casa: “Tra poco ci passano a prendere gli amici” dissero. “Andiamo fuori a pranzo e torneremo tardi questa sera. State bravi e non fate pasticci”. 

Gira e rigira nel giardino di casa per trovare qualcosa da fare, finalmente i bambini ebbero un’idea. 

Mentre passavano di fianco alla macchina del papà, lo sguardo di Simone fu attratto da qualcosa che scintillava: “papà ha lasciato le chiavi nel cruscotto della macchina”, disse mentre apriva la portiera. 

Maria capì immediatamente cosa voleva fare il fratello: “Simone, ti sei bevuto il cervello? Papà ci ammazza”, disse guardando Simone che intanto si era già sistemato sul sedile del guidatore. 

“Sali o stai semplicemente lì a guardare?”, le chiese Simone per tutta risposta, mentre chiudeva la portiera. Maria fece il giro della macchina, aprì la portiera del passeggero e si sedette. “Ma tu sai guidare?” gli chiese. 

“Cosa ci vorrà mai” rispose Simone con fare da spaccone “giri la chiave, schiacci l’acceleratore, infili la prima e via. Non mi sembra che ci sia niente di difficile!”

Nel frattempo Buc, che seguiva i bambini ovunque andassero, se ne stava a distanza e li osservava con sguardo preoccupato: “ne stanno per combinare un’altra delle loro”, pensava tra sé e sé in attesa di capire di cosa si trattasse questa volta.  

“Ma i tuoi piedi arrivano almeno ai pedali?” chiese Maria che esitava tra la voglia di vedere come se la sarebbe cavata il fratello e il terrore che le cose andassero storte. “Ti ricordo che se papà ci becca, siamo entrambi morti!”

“Ma stai sempre lì a preoccuparti. Sei una fifona senza senso” rispose Simone. E, senza aspettare la risposta della sorella, girò la chiavetta nel cruscotto, schiacciò la frizione sdraiandosi sul sedile per arrivare a toccare i pedali con i piedi e ingranò la marcia. 

La macchina sussultò. La frizione grattò. E poi la macchina iniziò ad avanzare prima piano e poi sempre più in fretta. 

“Cosa fai, cosa fai, sei matto?” urlava Maria dando schiaffi sulle spalle del fratello. “Frena maledizione, frena”. 

“Smettila di darmi gli schiaffi, rimbambita. Mi fai sbandare. Smettila” diceva Simone mentre sterzava il volante facendo sgommare la macchina sulla ghiaia del viale e passando con le ruote sulle belle rose della mamma. 

Nel frattempo Buc, che poteva sentire l’odore di guai e sgridate a ogni rombo del motore, correva di fianco all’auto abbaiando ammonimenti che andavano persi nella polvere sollevata dalle ruote dell’auto: “BAU, BAU, BAU. Scendete subito dall’auto! Non venite a lamentarvi da me, quando papà vi sgriderà di nuovo. Ve le andate proprio a cercare! BAU, BAU”.

A un certo punto, Maria e Simone videro il ciliegio al fondo del vialetto. Era un grande ciliegio, che la mamma adorava perché ogni anno produceva ciliegie enormi, rosse e dolcissime che i due bambini raccoglievano arrampicandosi sui suoi rami. 

Solo che in questo momento il ciliegio si stava avvicinando sempre più pericolosamente. “Simone, ci andiamo a sbattere contro, frena, frena” urlava Maria. 

Simone non le rispondeva nemmeno più. Era troppo concentrato a cercare il freno solo che, con i suoi piedi piccoli e le sue gambe corte, non riusciva a controllare la macchina e i piedi gli scivolavano sui pedali. 

KABOOM !!!

Quello che doveva succedere successe. 

La macchina andò a sbattere contro il ciliegio. 

“Guarda cosa hai fatto. Te lo avevo detto io che era una cavolata. Sei sempre il solito! Papà ci ammazza!”, urlava Maria mentre ricominciava a tirare schiaffi sulle spalle del fratello. 

Simone scese dalla macchina e iniziò a ispezionare il danno. Maria lo seguì. 

La macchina aveva una bella bozza sul parafango anteriore destro e dal tronco del ciliegio si era staccato un pezzo enorme di corteccia che ormai giaceva al suolo di fianco alla macchina. 

“Che si fa adesso?” chiese Maria. 

Simone stava seduto per terra con gli occhi fissi sul parafango danneggiato. Tutto era silenzio. Anche gli uccellini non cinguettavano più. A un certo punto, Simone guardò Maria e disse: “Vado da Ivan”. 

Da quando avevano salvato Buc, Ivan e Tabata erano diventati i migliori amici di Simone e Maria. Il papà di Ivan era meccanico e Ivan stesso se la cavava molto bene con le riparazioni. Se qualcuno poteva salvarli da morte certa, quello era Ivan. 

Simone prese la bicicletta e corse dal loro amico. Mezz’ora dopo Ivan scendeva dalla sua bicicletta con gli attrezzi del papà sottobraccio. 

Sotto lo sguardo speranzoso di Maria, Simone e Buc e in un silenzio carico di attesa, Ivan fece un giro intorno all’auto, si chinò, esaminò il danno, batté con il pugno sulle parti danneggiate per sentire il rumore della carrozzeria e, dopo essersi grattato più volte il mento e la testa, finalmente comunicò la diagnosi: “Bisogna darle qualche martellata”. 

Prese il martello e iniziò a martellare il parafango danneggiato dal basso verso l’alto. Sotto i colpi di martello di Ivan, il parafango riprese pian piano la sua forma iniziale. Purtroppo però al posto del suo bel colore bianco, il parafango era adesso grigio. “Che facciamo?” chiese Simone. “Non hai per caso delle vernici per le auto che possiamo utilizzare?”. “Si”, rispose Ivan, ma oggi è domenica e l’officina di papà è chiusa. Posso prendere uno spray bianco ma solo domani mattina”. Simone e Maria si guardarono con terrore. Papà si sarebbe sicuramente accorto che un parafango dell’auto era grigio e non bianco! 

Dopo qualche secondo di disperazione silenziosa, Maria disse: “Possiamo colorare il parafango con le tempere. Questa sera quando mamma e papà torneranno farà buio e se tutto va bene non vedranno niente. Domani mattina tu, Ivan, appena puoi freghi lo spray a tuo padre e vieni da noi”. Ivan e Simone trovarono che questo fosse un colpo di genio. Mentre Maria dipingeva il parafango con le tempere, Simone raccolse da terra l’enorme pezzo di corteccia che si era staccato dal ciliegio. Poi prese la colla forte che Papà utilizzava per le riparazioni di casa, la spalmò abbondantemente sulla corteccia che poi incollò al tronco dell’albero. 

Il giorno seguente, come programmato, Ivan portò lo spray bianco e la macchina tornò come nuova. 

Non ci crederete, ma il papà e la mamma non si accorsero mai di nulla. 

L’unico problema fu il ciliegio. Nessuno riusciva a capire come mai quest’albero che aveva sempre prodotto delle meravigliose ciliegie amarene non generasse più che delle piccole ciliegine verdi e striminzite come delle olive secche. 

Il papà, che era un uomo sospettoso, interrogò separatamente i suoi figli, Ivan e Tabata. Nonostante le molteplici domande a tranello, le minacce di punizioni apocalittiche e le promesse di ricompense a chi avesse denunciato i complici, nessuno crollò sotto pressione. 

Anche Buc fece finta di niente e si comportò come se nulla fosse successo per non destare ulteriori sospetti. 

Niente lega degli alleati come la lealtà dimostrata nel momento del pericolo. E i quattro bambini seppero allora che il legame che li univa era più forte delle minacce o delle lusinghe: era un’amicizia che sarebbe durata tutta la vita. 

Penny Rimau

https://www.youtube.com/channel/UCR9KbX__JxqrZ6DrlhdSe8Q/videos

Disegno: Veronica De Giovanelli

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