La guerra contro Piero

Siamo tutti pacifisti. Ma in guerra non si può non andare quando qualcuno invade il tuo territorio. E un’invasione di territorio fu proprio quello che scatenò la guerra contro la banda di Piero.

Per tutto l’anno precedente, intorno alla casa di Simone e Maria avevano costruito case e strade. Dove prima c’erano i campi di pannocchie e di fieno dove giocavano i bambini, adesso avevano costruito belle villette con il giardino. Mamma era molto felice. “Adesso non sarete più soli” aveva detto. “Sicuramente in queste villette verranno ad abitarci tante famiglie con bambini della vostra età. Avrete tanti nuovi amici”.

Ma Simone e Maria non erano sicuri di pensarla come Mamma. Erano molto diffidenti. Chi erano mai questi fantomatici ‘nuovi amici’ che sarebbero dovuti arrivare a riempire le loro giornate, che, a pensarci bene, erano già piene? Con le loro biciclette, Maria e Simone pattugliavano le strade in costruzione. E quando venivano a trovarli Tabata e Ivan, si aggiravano tutti insieme come delle spie in quello che sarebbe diventato il loro nuovo quartiere. Sbirciavano nei cortili e nei giardini ancora vuoti, si appostavano dietro agli angoli delle case in costruzione e si acquattavano sotto le tettoie dove i muratori lasciavano i loro attrezzi.

Un pomeriggio assolato, mentre Simone e Maria e i loro amici Tabata e Ivan si aggiravano in bicicletta nelle nuove stradine, ecco che, dal fondo della via, videro sbucare due bambini e una bambina in biciletta. Che cosa facevano questi tre sul loro territorio? Che volevano? I nuovi tre arrivati passarono di fianco agli altri quattro e li guardarono dall’alto al basso, con disprezzo. Simone e gli altri si sentirono immediatamente inadeguati. I nuovi venuti avevano bicilette più belle, erano vestiti meglio ed erano perfettamente puliti. Portavano persino delle calze bianche che non avevano nemmeno una macchia di fango. Li odiarono immediatamente.

Poi Ivan, che era diventato tutto rosso dalla rabbia, scattò con la bicicletta e corse dietro ai nuovi venuti urlando a squarciagola: “Allora cosa avete da guardare eh? Cosa avete da guardare? Qualcosa che non va?” Quello che sembrava il capo della banda dei nuovi, frenò e, appoggiandosi alla gamba destra, si voltò. Fece scorrere uno sguardo di disprezzo dai piedi alla testa di Ivan e viceversa, dopo di ché rispose: “Quello che non va sei tu. Tu e la tua banda di pulciosi”.

A quelle parole, Ivan diventò ancora più rosso e gli occhi divennero così grandi che sembravano due palle pronte a scagliarsi contro la banda avversaria. Come sempre quando era arrabbiato, iniziò a balbettare e più balbettava e più si arrabbiava. E più si arrabbiava, e più balbettava: “P-p-pulciosi a chi? C-c-chi ti c-c-credi di essere?”. “P-p-p, c-c-c” lo prendeva in giro il capo della banda. “Pulcioso e non sai nemmeno parlare”, gli diceva ridacchiando.

Maria e Tabata, che avevano osservato tutta la scena dalle loro biciclette, pedalarono in aiuto a Ivan. “Adesso ce ne andiamo a casa, ma questa sera alle sei torneremo a regolare i conti” dissero in coro. “Se non siete dei vigliacchi, oltre che degli attaccabrighe, vi farete trovare qui. Avete voluto la guerra, e la guerra avrete”. “Oooohhh, che paura”, disse il capo della banda, mentre gli altri due sghignazzavano dietro di lui. “Ci vediamo alle sei, pulciosi” disse. Dopo di che pedalarono a tutta velocità e ritornarono da dove erano arrivati.

“Dobbiamo prepararci alla guerra”, disse subito Maria. “Lo so io cosa fare”, disse Ivan. “A casa abbiamo un carretto che si può attaccare alla bici, così ci potremo portare dietro le armi”. “Ottima idea”, aggiunse Tabata. “Possiamo preparare delle bombe d’acqua da tirargli addosso”. E pedalando e discutendo delle tecniche di guerra che avrebbero usato la sera stessa e di quanto i nuovi venuti fossero degli snob, vigliacchi e pagliacci, i bambini andarono a prepararsi per la battaglia della sera.

Alle sei in punto, si trovavano appostati all’inizio della nuova stradina dal fondo della quale si vedevano arrivare i nemici con pedalate lente, ma decise. Nel giro di pochi secondi, le due bande si trovarono una di fronte all’altra. Nella stradina non c’era nessuno. Non si sentiva un suono. Anche gli uccellini avevano smesso di cinguettare e dalla strada principale non arrivava nemmeno più il solito brusio del traffico. Il capo della banda avversaria pedalò fino a pochi passi dai quattro bambini: “Sono Piero”, disse “e questa è la mia stradina. Andatevene”. Ivan avanzò e fronteggiò Piero: “Sono Ivan e io e i miei amici giocavamo qui prima ancora che la tua stradina puzzolente fosse costruita. Questo è territorio nostro!”.

Non ci fu bisogno di dire niente. Quelle parole erano il segnale. Alla caricaaaaa ! Le due bande si buttarono una contro l’altra. Simone pedalava come un forsennato tirandosi dietro il carrettino sul quale stava accovacciata Tabata, che tirava bombe d’acqua addosso agli avversari. Piero e i suoi erano armati di pietruzze e bastoncini e tiravano sabbia negli occhi per accecare Ivan e i suoi. Ogni volta che le biciclette si passavano di fianco, partivano schiaffoni e calci. Bisognava fare attenzione a non farsi prendere gli stinchi o le ginocchia. A un certo punto, nel mezzo della battaglia, Maria cadde per terra. Gli altri videro subito l’opportunità e, senza pensarci su due volte, presero la rincorsa e passarono a tutta velocità sulla bicicletta di Maria che era rimasta a terra.

La bicicletta si piegò in due. Maria si mise a piangere. “La mia bicicletta. Avete distrutto la mia bicicletta”. Tutti si fermarono. Improvvisamente si sentirono tutti colpevoli. Cosa stavano facendo? Piero si avvicinò e scese dalla bici. Si piegò su Maria e iniziò a esaminare il danno. Tabata e Simone tirarono su la bicicletta che rimaneva piegata in due e con la catena a terra. “Piero aiutami” disse Ivan. Prese la bicicletta dal sellino. Mise la ruota posteriore tra le gambe in modo da tenerla e ferma e poi disse a Piero: “prendi la bici dal manubrio, blocca la ruota tra le gambe e cerca di girare la bicicletta verso destra”. Così fece. La bicicletta si raddrizzò. I bambini la girarono e la misero a testa in giù. Facendo ruotare i pedali e con grande pazienza Ivan e Piero sistemarono la catena. “Prova a pedalare avanti e indietro” disse Ivan. Maria salì in sella. La biciletta era come nuova. Peccato solo che nel punto dove si era piegata rimanesse una brutta striscia grigia.

“Se torni qui domani” disse la bambina della banda di Piero “ho dello scotch di tutti i colori a casa. Possiamo farlo passare sulla parte rovinata della bici, così anziché grigia sarà colorata come l’arcobaleno”. “Ah, io sono Arianna”, aggiunse. “Piero è mio cugino e questo qui è Antonio, mio fratello. Ma tutti lo chiamano Toni”. Maria si asciugò le lacrime e presentò i componenti della sua banda.

Dopo essersi presentati vicendevolmente, sporchi di polvere, con lividi ovunque e con le biciclette acciaccate, si salutarono. “Ci vediamo domani dopo i compiti?” chiese Piero. “Ci saremo, non dimenticatevi dello scotch colorato” rispose Maria.

E pedalando se ne andarono tutti a casa a fare cena. Dopo tutto Mamma forse aveva ragione. Avevano trovato dei nuovi amici.

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